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Giovedì, 24 Maggio 2018 10:10

La nostra cronaca delle proteste in Nicaragua: a che punto siamo

Katherin Chavarría/END Katherin Chavarría/END

 


La situazione in Nicaragua è difficile, e si sta via via delineando. Gli studenti rappresentano una grande forza, che l'opposizione sta cavalcando.

Il Frente Sandinista ha compiuto una serie di errori politici, sia prima delle proteste, sia durante, e ancora ne sta compiendo. La repressione dura, sommata ad un malessere generalizzato già esistente, ha creato le condizioni per mobilitare la gente verso la rivoluzione per alcuni - un colpo di stato per altri. Per altri ancora, senza una forza destabilizzatrice non sarebbe mai arrivati alla situazione odierna. L'insurrezione è stata innanzitutto preceduta da alcuni gravi errori politici compiuti prima: il governo si è reso destabilizzatore di se stesso.  Rosario Murillo - vicepresidente e first lady, ma anche centro di un potere economico molto significativo nel paese - a marzo ha annunciato di voler controllare maggiormente le reti sociali, facendo sentire i giovani sotto attacco; e di fatto, la prima mossa dopo le proteste è stata la cancellazione del wi-fi libero e gratuito nei parchi cittadini. L'altro antecente è stato il grande incendio della Riserva Biologica Indio-Maiz, che ha causato la perdita di un patrimonio naturale inestimabile e a cui il governo ha reagito con grave ritardo e rifiutando l'aiuto internazionale e l'ingresso di giornalisti ed ambientalisti. L'incendio e la sua gestione hanno fatto scattare le prime proteste degli studenti universitari, subito represse duramente. Trascurando queste premesse, pochi giorni dopo è stata annunciata la riforma dell'INSS, in forte crisi finanziaria, negoziata a porte chiuse e considerata da molti miope e iniqua. Su questa riforma, il governo ha dimostrato troppa sicurezza che le proteste si sarebbero tacitate al più presto: aveva perso il polso della realtà del paese. La dura repressione poliziesca non ha fatto altro che alimentare le manifestazioni, e il Nicaragua è arrivato a un punto di non ritorno.

Dopo la grande manifestazione del 23, si è arrivati a mettere intorno ad un tavolo di dialogo il governo, gli imprenditori, l'opposizione, con la gerarchia cattolica come mediatrice. Nel frattempo i vescovi hanno convocato, per il 28 aprile, un "pellegrinaggio per la pace", molto partecipato da persone di tutte le classi sociali: questo successo ha consegnato alla Chiesa cattolica una sorta di leadership della mediazione. Nel frattempo il governo ha cercato di guadagnare tempo, cedendo il minimo possibile e mantenendo una repressione selettiva verso il leader della rivolta, oltre a creare presso il Parlamento una Commissione della verità, per quanto formata da notabili vicini al governo stesso.

Il sandinismo stesso è in crisi, ovvero viene sempre più fatta distinzione tra "sandinismo" e "orteguismo"; i bastioni storici dell'FSLN come León, Estelí o Masaya hanno evidenziato grandi proteste e grandi divisioni all'interno del Frente. Il Frente è diviso anche sulla possibile successione a Ortega; mentre i militanti si dividono tra i sandinisti "storici", emarginati da Rosario Murillo, e tra i "danielisti e chayisti" (Chayo è il soprannome della first lady). L'"orteguismo" potrebbe stare diventando una minoranza presso la base popolare che l'ha sempre sostenuto.

Le alte sfere economiche e i settori del sandinismo esclusi da Rosario Murillo si stanno mobilitando per proprio conto. Tutta la stabilità del paese sta crollando; un consenso che era basato su un fronte di "capitalismo dei compagni" fondato su grandi capitali e gruppi imprenditoriali legati all'"orteguismo", cresciuti a partire dagli anni '90 grazie alla cooperazione petrolifera venezuelana e che ora è entrato in crisi nel giro di un mese, nonostante un sistema di controllo costruito negli anni su tutte le istituzioni statali, municipali, universitarie, sindacali, di quartiere, e delle Forze armate. Sta crescendo un altro consenso, popolare: che richiede giustizia per i morti sanzionando i responsabili, e di cogliere l'occasione di democratizzare maggiormente il paese.

La Commisione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) ha calcolato come risultato delle proteste ad oggi, 76 morti, 438 detenuti, 868 feriti, sulla base delle testimonianze di centinaia di testimoni. Ha raccomandato al Governo la creazione di un "meccanismo di investigazione internazionale sui fatti violenti accaduti", che offra garanzie di autonomia e indipendenza, per assicurare il diritto alla verità e identificare debitamente i responsabili delle morti durante le proteste. Ha segnalato inoltre che la polizia ha usato armi da fuoco in modo indiscriminato durante le proteste, suggerendo di smantellare i gruppi "parapolizieschi" ed adottare misure per impedire che continuino ad operare gruppi armati.

I generi alimentari si stanno alzando costantemente di prezzo, una parte della popolazione sta perdendo il lavoro, nelle strade c'è anarchia e insicurezza. Se continuano la guerriglia e i blocchi la situazione a Managua sarà presto insostenibile. Ora cosa puó succedere? Che si arrivi al dialogo, ad una transizione; oppure che una parte dell'opposizione alzi l'asticella e passi alle armi, sfidando l'esercito, la cui posizione non è ancora chiara. Si è a un passo dalla guerra civile. L'equilibrio è fragile e il tavolo di dialogo è stato sospeso per mancanza di consenso. 

Segnaliamo, tra le fonti, la rivista Envio: http://www.envio.org.ni/articulo/5479

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