ott 23 2014

LE RICCHEZZE DELL’AFRICA E I CONFLITTI PER LE RISORSE


LE RICCHEZZE  DELL’AFRICA E I CONFLITTI  PER LE RISORSE

Missione Oggi   LE RICCHEZZE  DELL’AFRICA E I CONFLITTI  PER LE RISORSE MARCO DERIU    Marco Deriu è laureato in Scienze politiche all’Università di Bologna, dottore di ricerca in Sociologia presso l’Università di Parma, consulente culturale per enti pubblici e privati. L’articolo è tratto da una conferenza tenuta dall’autore al convegno “Africa e noi – Economia Giustizia Solidarietà”, promosso dal Centro Documentazione Mondialità e altri enti a Milano.   Non è un mistero che l’Africa per secoli ci ha fornito mani e risorse che hanno dato un contributo fondamentale alla creazione della nostra economia, del nostro stile di vita, della nostra crescita. Per tanto tempo però questo travaso di ricchezze è stato giustificato e mascherato da un’ideologia di superiorità della civiltà occidentale, la presunzione di portare civiltà e sviluppo a gente “inquieta e selvaggia”. Da allora il mondo è cambiato profondamente, eppure questo travaso di ricchezze non è mai terminato e anzi oggi sembra riproporsi in forme nuove e con modalità sempre più ampie e sistematiche. Una riflessione su questo tema è fondamentale intanto per rivedere criticamente i paradigmi con cui si sono lette per anni le guerre africane, rappresentandole come conflitti etnici, religiosi, locali rendendo più difficile comprendere che cosa stava effettivamente succedendo e cosa rappresentavano quei conflitti all’interno dei processi di globalizzazione e dei rapporti Nord-Sud. Mappare le risorse che ancora oggi preleviamo dal continente africano a costo del sudore e del sangue di uomini, donne e bambini, può aiutarci anche a cogliere meglio i legami che abbiamo con Paesi e territori lontano da noi, sviluppando a un tempo sia una coscienza ecologica sia sociale e politica. Si tratta di risorse basilari per i processi vitali e produttivi come l’acqua, il suolo, le foreste, di risorse energetiche quali il petrolio, il carbone, il gas naturale, di risorse minerarie, di risorse vegetali quali il legno, il cotone, il tabacco, il cacao, le derrate alimentari in generale, di risorse animali per alimentazione, per vestiti e suppellettili Nei fatti i Paesi industrializzati (Ocse) sfruttano il patrimonio naturale in maniera eccessiva e in misura sproporzionata. In concreto  rivendicano a sé il 70% delle risorse energetiche, l’85% del legno tratto dalle foreste, il 61% della carne e il 75% delle riserve minerarie. A questo quadro però si aggiunge una novità. Negli ultimi decenni alcuni nuovi fattori quali la crescita della popolazione, l’affermazione e la diffusione dell’industrializzazione e del modello di sviluppo occidentale anche in altre aree del mondo e di stili di vita (ad esempio, consumo di grandi quantità di carne e di acqua) anche a settori significativi di molti Paesi una volta catalogati come Paesi del Terzo mondo, si sono andati a sommare alla richiesta di beni provenienti dai Paesi occidentali producendo una pressione sulle materie prime mai vista in precedenza.   CRESCITA, SCARSITÀ E COMPETIZIONE   Nella situazione attuale la convergenza e la sinergia di diversi fenomeni sia nei Paesi industrializzati sia in quelli emergenti hanno prodotto non soltanto un aumento della richiesta di beni e di energia, ma hanno contestualmente fatto crescere i rischi di esaurimento o di riduzione di una serie di materie prime. Non solo il petrolio, anche alcuni minerali non energetici utilizzati dall’industria potrebbero esaurirsi in tempi relativamente brevi: entro pochi decenni per oro, argento, rame, piombo, zinco, stagno, antimonio, cadmio, entro cent’anni o più per alluminio e ferro, cromo, vanadio ed altri. Allo stesso modo il consumo di riserve d’acqua dolce raggiungerà il suo limite naturale all’incirca entro cinquant’anni. Ma il crescere della domanda e la diminuzione dell’offerta disponibile si è tradotto nell’ultimo decennio, in un aumento del valore di mercato di questi beni, rendendo lo sfruttamento organizzato un mercato ancor più lucroso e appetibile. In questo modo attorno a queste risorse si è andato creando un interesse e una conflittualità crescente da parte di una molteplicità di soggetti globali e locali che vedono in queste risorse una notevole possibilità di profitto immediato anche se su breve periodo. Le trasformazioni di Paesi come la Cina e l’India hanno contribuito al rialzo della richiesta e del valore di questi beni. Molti di questi sono impiegati per le nuove tecnologie. Per esempio il coltan, da cui si estrae il tantalio, è divenuto un elemento metallico indispensabile per fabbricare i microcondensatori che sono utilizzati nei computer, nei palmari, nei cellulari e perfino nella Play Station della Sony. Ora l’aumento del prezzo del coltan  ha scatenato all’improvviso una corsa all’estrazione del minerale nel Congo diventando uno degli elementi economici più significativi nella guerra che ha insanguinato il Paese dopo il 1996. Il discorso vale anche per il cobalto, fondamentale per le produzioni dell’elettronica  e dell’aeronautica, o per il rame, usato per le installazioni elettriche e per costruire le reti di telecomunicazioni . A questo si aggiungono altri beni – oro, diamanti, argento – che per la loro valenza particolare in termini economici e simbolici continuano a smuovere un grande interesse politico ed economico. Una delle caratteristiche ambientali di queste risorse è infatti quella di non essere distribuita uniformemente sul pianeta. In rapporto a questa diseguale distribuzione si va dunque delineando una nuova geografia dei conflitti.   L’AGENDA ECONOMICA DELLA GUERRA   Nei fatti da una parte i paesi più ricchi e potenti in termini economici e politici sono interessati ad assicurarsi il rifornimento costante di alcuni beni fondamentali, dall’altra nei paesi più ricchi di risorse naturali – in particolare laddove è debole il contesto politico istituzionale – si muovono una serie di attori sia locali (governi, warlords, élites di vario genere) che internazionali (governi, imprese, finanzieri, avventurieri) decisi a trarre il maggior profitto possibile dal traffico di questi beni cruciali. In altre parole, l’agenda economica della guerra, spesso poco visibile o comprensibile, occupa una parte significativa sia nello scatenamento, sia nella prosecuzione e quindi nella durata, sia nell’intensità di questi conflitti. In molti casi le guerre per le risorse sono autofinanzianti. La guerra per le risorse si paga con le risorse conquistate in guerra, con il commercio o la concessione di diritti di sfruttamento. Ecco alcuni esempi dell’entità di queste economie di guerra per le risorse: si stima che durante la guerra dell’Angola il reddito per il traffico di diamanti è stato pari a oltre 4 miliardi di dollari; in Sierra Leone, il traffico di diamanti ha reso circa 125 milioni di dollari ogni anno; in Liberia il legname tropicale al centro della guerra ha reso tra i 100 e i 187 milioni annui; in Congo il commercio di coltan ha fruttato oltre 250 milioni di dollari I risultati sociali e ambientali di queste guerre per le risorse sono devastanti. Solamente tra il 1990 e il 2000 si calcola che siano morte almeno 5 milioni di persone per conflitti collegati alle risorse.  

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giu 04 2014

LAND GRABBING IN LIBERIA: SCONFITTA MULTINAZIONALE DELL’OLIO DI PALMA


LAND GRABBING IN LIBERIA: SCONFITTA MULTINAZIONALE DELL’OLIO DI PALMA

(Fonte greenreport- 8 maggio 2014) Le recenti politiche economiche mondiali e le crisi finanziarie hanno determinato per i Paesi ad economia più debole, un ulteriore impoverimento e maggiore insicurezza alimentare. In questi ultimi 10-15 anni assistiamo a quel processo chiamato land grabbing, accaparramento delle terre agricole di Paesi poveri da parte di Paesi fortemente emergenti: milioni di ettari in Etiopia, Ghana, Mali, Senegal, Sudan, Liberia e Madagascar, vengono venduti o ceduti in concessione per venti, trenta, novant’anni alla Cina, all’India, alla Corea, agli Emirati Arabi e altri grandi investitori privati non sempre facilmente individuabili, in cambio di accordi che prevedono investimenti in infrastrutture, accordi che rischiano di essere iniqui per la disparità di competenze legali e negoziali tra le grandi società e i paesi del sud del mondo. Sempre più comunità agricole però stanno resistendo a questo accaparramento delle loro terre e i risultati incominciano a farsi vedere. Il Jogbahn Clan, della contea di Grand Bassa in Liberia, è una di queste comunità. La resistenza è cominciata nel 2012, quando la multinazionale britannico/malese Equatorial Palm Oil (Epo) ha cominciato ad espandere le sue piantagioni nella loro terra comunitaria Il Jogbahn Clan si è organizzato per impedire che avvenisse il furto autorizzato delle loro terre. Uomini, donne e giovani provenienti dagli 11 comuni interessati, hanno scelto i rappresentanti per formare un nucleo a condurre la resistenza. Nonostante questo, verso la fine del 2012  l’Epo ha iniziato ad abbattere la foresta ed  a piantare sulla loro terra distruggendo le coltivazioni e terreni agricoli. Quando le comunità hanno tentato di fermare questa devastazione, un’unità della polizia paramilitare è stata dislocata nell’area. La popolazione ha subito vessazioni e intimidazioni da parte della security dell’Epo e della polizia. Paramilitari e poliziotti cercavano di intimidire il  Jogbahn Clan facendo raid notturni nei  villaggi con uomini armati. La gente è stata aggredita durante una marcia di protesta pacifica e 17 persone sono state arrestate arbitrariamente. Nonostante queste tattiche aggressive la comunità ha continuato a resistere. Il Jogbahn Clan si è dimostrato un osso duro ed è arrivato unito all’incontro con la presidente liberiana che alla fine ha riconosciuto il loro diritto ad opporsi al land grabbing. Uno dei leader del Clan, Anthony Johnson, ha detto: «La lotta ci ha resi più forti che mai e abbiamo imparato la lezione di rimanere uniti. Il successo è grande perché così proteggo il mio futuro e il futuro dei miei figli a venire. Starò su questa terra e coltiverò le piante per i miei figli così le generazioni future possano vivere dei frutti della terra».

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giu 10 2014

LAND GRABBING IN SENEGAL Anche una società italiana è coinvolta


LAND GRABBING IN SENEGAL Anche una società italiana è coinvolta

Fonte  ActionAid   LAND GRABBING IN SENEGAL Anche una società italiana è coinvolta   Da più di un anno le comunità della regione di Fanaye e del Ndiaël, nel nord del Senegal, si stanno opponendo al progetto di investimento agricolo della Senhuile-Sénéthanol che, mediante una concessione governativa, hanno ottenuto il diritto di sfruttare 20000 ettari di terra, che costituiscono la principale fonte di sussistenza per le popolazioni locali. La sicurezza alimentare di circa 9000 persone è seriamente minacciata dall’investimento che vede protagonista un’azienda italiana, tramite la sua controllata  Senhuile SA. Si tratta di un vero e proprio accaparramento di terra che non tiene in considerazione i diritti fondamentali delle popolazioni locali. Nel 2010, l’azienda Sénéthanol SA, con sede a Dakar, ottiene la concessione di ventimila ettari di terra nella regione di Fanaye per la coltivazione di patate dolci destinate  alla produzione di biocarburanti da esportare in Europa. Le popolazioni locali si sono immediatamente opposte a questo un progetto che priva loro dell’accesso alla terra, la principale fonte di sussistenza. Il conflitto si trasforma in tragedia il 26 ottobre 2011 quando, durante una manifestazione di protesta, due contadini vengono uccisi e decine di altri vengono feriti. In risposta a questi eventi, l’allora presidente Abdoulaye Wade annulla il progetto, per poi autorizzarlo nuovamente, nel marzo 2012, durante i due turni delle elezioni presidenziali, spostandolo a 30 chilometri a ovest di Fanaye, nella Riserva Naturale del Ndiaël. A tal fine, 26.550 ettari di riserva naturale vengono declassificati, ventimila dei quali concessi alla società, mentre i restanti 6.550 ettari destinati alla rilocalizzazione dei villaggi presenti nell’area interessata dall’investimento. Il progetto è realizzato dalla società Senhuile SA, un consorzio per il 51 per cento di proprietà del Gruppo Finanziario Tampieri, con sede in Italia, e per il 49 per cento della società Sénéthanol SA, con sede a Dakar. Prevede di produrre semi di girasole (per l’Europa), arachidi (per il mercato locale) e foraggio per bestiame. La zona del progetto coinvolge 37 villaggi, la cui popolazione vive in gran parte di allevamento semi-nomade (80000 capi di bestiame) e piccola agricoltura. Le attività dell’azienda impediscono l’accesso ai pascoli e alle fonti di cibo, acqua e legna da ardere. Le donne in particolare sono costrette a percorrere lunghe distanze per accedere a queste risorse. Il progetto stesso prevede lo spostamento di alcuni villaggi. Inoltre, l’azienda aveva promesso di effettuare opere compensative che al momento non sono ancora state eseguite. Privati delle loro terre, gli abitanti della zona non possono più garantire il sostentamento delle loro famiglie. Per difendere i propri diritti e far sentire le loro voci, le comunità locali che sin dall’inizio si oppongono al progetto hanno creato il Collettivo per la difesa della Reserva del Ndiaël. Le tante proteste della comunità e i tentativi di trattative con l’azienda non hanno portato ancora a soluzioni soddisfacenti. Tuttavia, i 37 villaggi colpiti sono determinati a difendere la loro terra e chiedono che Senhuile-Sénéthanol ponga termine alle proprie attività nella zona. Questa determinazione si è rafforzata quando il 4 giugno 2013 tre bambini sono annegati mentre tentavano di attraversare i canali costruiti dal progetto per raggiungere la scuola.    

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gen 22 2015

LA FRONTIERA TRA IL MESSICO E GLI STATI UNITI


LA FRONTIERA TRA IL MESSICO E GLI STATI UNITI Dove muoiono le speranze di migliaia di emigranti   Lo squilibrio sempre più forte tra paesi ricchi e poveri, provocato da un modello perverso di sviluppo e dal rapido progresso dei mezzi di informazione che permette anche ai paesi più disagiati di venire a conoscenza della qualità della vita dei primi, sono alla base di quel tragico fenomeno che è l’emigrazione di massa. Meta privilegiata di questa fiumana di disperati provenienti da paesi del sud del mondo, sono l’Europa e il Nord America. Ma mentre per l’Europa la frontiera è rappresentata dal mar Mediterraneo, solcato dalle malandate imbarcazioni a rischio naufragio, stracolme di emigranti provenienti dal nord Africa e dal Medio Oriente, per il Nord America la frontiera è quella che separa gli Stati Uniti d’America dal Messico. Sono decine di migliaia all’anno coloro che tentano il passaggio. Provengono buona parte dal Messico, ma per molti questa tappa arriva dopo un lungo percorso che parte da altre zone sudamericane, come Guatemala, Honduras, El Salvador, tutti col miraggio di riuscire ad accedere purchessia ad una vita migliore, di sottrarsi dalla miseria senza futuro e dalla violenza. Molti cercano di raggiungere parenti o conoscenti che bene o male sono riusciti nell’impresa, per altri è un salto verso un ignoto che comunque sperano possa offrire loro qualche speranza. Il loro viaggio è costellato da rischi e pericoli. Devono attraversare zone impervie e desertiche finendo sovente col soccombere di fame e di sete. Ma i rischi più gravi arrivano dagli uomini. Per attraversare la frontiera senza finire nelle mani della polizia che la sorveglia, devono affidarsi a delle guide del posto, i così detti coyotes, che sovente sono spietati trafficanti di esseri umani. Capita che i disgraziati che si sono affidati a loro, dopo aver sborsato consistenti somme di denaro, vengano ancora derubati e abbandonati al loro destino che spesso finisce in tragedia. Molti di questi migranti sono minori che cercano di raggiungere qualche parente e sono loro, specialmente se ragazzine, che corrono il maggiore rischio ossia quello di cadere prede di trafficanti di essere umani e finire nel giro della prostituzione e del traffico della droga.     Per approfondire l’argomento, vedere i siti sotto elencati de La Prensa Latina, de La Stampa e del Corriere della Sera     http://italiano.prensa-latina.cu/index.php?option=com_content&view=article&id=43201:america-centrale-stati-uniti-il-fenomeno-della-migrazione-infantile&opcion=pl-ver-noticia&catid=2&Itemid=203     http://www.lastampa.it/2014/07/06/esteri/sul-confine-fra-usa-e-messico-dove-muore-il-sogno-dei-bambini-2iX7VYFyKpL3b3bmpaqgkI/pagina.html http://archiviostorico.corriere.it/1998/luglio/15/Paso_bussando_alle_porte_del_co_0_980715785.shtml

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gen 23 2015

NICARAGUA: UN NUOVO CANALE DALL’ATLANTICO AL PACIFICO


NICARAGUA: UN NUOVO CANALE DALL’ATLANTICO AL PACIFICO Quali vantaggi, quali svantaggi   L’idea di realizzare un canale che collegasse l’Oceano Atlantico con l’oceano Pacifico, per evitare alle navi di dover doppiare il capo Horn, situato nell’estrema punta meridionale del continente americano, nasce quasi duecento anni fa. Tra le varie ipotesi la prima è quella del 1825, promossa dall’allora Repubblica Federale del Centro America, che prevedeva l’utilizzo del rio San Juan dall’oceano Atlantico, sino al lago Cocibolca e lo scavo di un canale da questo all’oceano Pacifico. Ma l’instabilità politica di quella repubblica, che finì per sciogliersi nel 1840, scoraggiò gli Stati Uniti d’America a finanziare l’opera. Durante la corsa all’oro dei minatori che volevano raggiungere la California, molti di loro, piuttosto che attraversare le poco sicure praterie nordamericane e le montagne Rocciose, preferivano la via del rio San Juan, attraversando via terra i pochi chilometri che separavano il lago Cocibolca dall’Oceano Pacifico. Questo fece si che l’idea di scavare un canale per evitare il breve tragitto via terra, prese nuovamente forma, tanto che nel 1849 il governo Nicaraguese prese accordi con finanziatori privati nord americani per realizzare l’opera. Ma anche questa volta il progetto non andò in porto. Nel 1899 compagnie privare sempre del nord America, ripresero in considerazione il progetto con l’appoggio del governo nicaraguese. Nel frattempo però gli U.S.A. avevano già ipotizzato la realizzazione di un canale attraverso l’istmo di Panama, allora territorio della Colombia, tanto che per realizzarlo arrivarono a fomentare una rivolta locale che permise loro di creare una repubblica autonoma favorevole a cedere loro la zona dove scavare il canale. Per questo motivo rifiutarono l’appoggio alla soluzione nicaraguense, con la scusa che la zona era a rischio terremoti. Un successivo tentativo del Governo Nicaraguese nel 1912 per realizzarlo con capitali giapponesi e tedeschi, suscitò la reazione nordamericana che per impedirlo inviò un contingente di marines a occupare il paese. Ciò in ossequio alla dottrina Monroe del 1823, in base alla quale ogni intromissione di qualsiasi stato estero sul continente americano, doveva considerarsi un atto a loro ostile. Da allora si parlò ancora di tanto in tanto della possibilità di realizzare un canale transoceanico in Nicaragua, ma le vicende internazionali, comprese due guerre mondiali non furono favorevoli per realizzare l’opera.   Occorre arrivare a questi ultimi anni, perché l’idea del canale riprendesse forma. Idea che  si è concretizzata il 15 giugno 2013 data in cui Il presidente del Nicaragua Daniel Ortega e l’imprenditore cinese Wang Jing, hanno firmato l’accordo che concede alla compagnia HKND Nicaragua Canal Development Investment Co. con sede a Hong Kong, i diritti di concessione per cinquant’anni, rinnovabili per altri 50, per studiare, quindi costruire e gestire un canale tra l’oceano Pacifico e il mar dei Caraibi, dal valore stimato di 40 miliardi di dollari. Naturalmente il progetto ricalca le esigenze di un trasporto via mare adeguate al momento attuale. Non più un  canale adatto al transito di un naviglio quale era quello di cento anni fa, ma adatto a navi petroliere e porta container di grande tonnellaggio. Infatti avrà una lunghezza di circa 278 km, una larghezza variabile da 230 a 520 metri ed una profondità dai 28 ai 30 metri. Partirà da Punta Gorda, sull’oceano Atlantico e sfocerà nel Pacifico alla foce del fiume Brito. Verranno costruite due chiuse per permettere alle navi di superare il dislivello di metri 31 tra il lago Cocibolca e il mare. Il volume del terreno rimosso sarà enorme e difficilmente quantificabile. Il tempo previsto per la realizzazione è di 5 anni. Ad ognuno dei due sbocchi del canale verrà costruito un porto e creata una zona di libero scambio. Si costruiranno complessi turistici, un aeroporto, un lago artificiale sul versante caraibico, un oleodotto e una ferrovia da costa a costa. Permetterà l’attraversamento di navi sino a 400.000 tonnellate, in 30 ore. I transiti previsti sono di  5.100  imbarcazioni all’anno. Si stima dalle autorità nicaraguesi che il canale porterà grandi benefici all’economia nicaraguese quali un aumento del PIL del 5% per l’anno 2015 e del 10% per l’anno successivo. Un aumento dell’occupazione di 50.000 posti per costruzione e di 150.000 nell’indotto. In tutto il Nicaragua verranno creati 1.200.000 nuovi posti di lavoro. La povertà estrema verrà ridotta del 50%, così pure il debito estero subirà una forte contrazione. Naturalmente questi dati si basano su delle stime la cui attendibilità dipende da chi le ha effettuate e da tutti gli eventi imprevedibili che potranno verificarsi nel corso degli anni. Una simile opera però non può non preoccupare per l’impatto che la sua realizzazione avrà sull’ambiente, anche se il progetto prevede che verranno prese tutte le precauzioni necessarie affinché quest’impatto abbia le minori conseguenze possibili. Il canale attraverserà territori coperti ancora da foreste primarie abitate da una fauna molto variegata composta da specie anche a rischio estinzione. Il lago Cocibolca è una grande riserva d’acqua dolce dove vivono numerose varietà di pesci come gli squali di acqua dolce, unici esemplari  in tutto il mondo. Non solamente la costruzione del canale porterà fatalmente danni irreversibili in tutto il sistema ambientale, ma anche nel suo utilizzo i rischi non sono pochi, specialmente quelli derivanti da incidenti, da perdite di carburante e altri. Già al suo ingresso dalla costa atlantica incontrerà l’importante riserva naturale di Cerro Silva e interromperà il corridoio biologico mesoamericano che attraversa tutto il centroamerica. la RiservaToccherà zone abitate da comunità indigene, che dovranno venire trasferite altrove. Poiché la profondità del lago Cocibolca non risulta adeguata al pescaggio delle grandi navi, occorrerà creare un canale più profondo sul fondo del lago, dove passeranno almeno una quindicina di grandi navi al giorno. Anche lo sbocco del canale verso l’oceano Pacifico, avrà effetti negativi sull’ambiente  a causa di tutte le infrastrutture che verranno create a supporto dei lavori. Vi sono perplessità anche su quanti saranno effettivamente i lavoratori nicaraguesi che verranno  impiegati sia per la costruzione che per la gestione del canale e quanta saranno invece provenienti dalla Cina. Come si vede un’opera di queste dimensioni, può alimentare le più grandi speranze di benessere e di crescita economica del paese, ma significa anche la distruzione di un ambiente che adeguatamente valorizzato, potrebbe rappresentare anche una buona opportunità di sviluppo.        

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gen 22 2015

ECUADOR – IL VILLAGGIO DEI BAMBINI SUICIDI


ECUADOR – IL VILLAGGIO DEI BAMBINI SUICIDI   Chunchi è una cittadina situata nella regione andina dell’Ecuador. E’ conosciuta come “Il villaggio dei bambini suicidi”. Infatti negli ultimi cinque anni, ben 63 bambini si sono tolti la vita e molti alti ci hanno provato senza riuscirci. Quello che li accomuna è che tutti sono cresciuti senza genitori perché emigrati negli Stati Uniti, in Europa o in paesi emergenti. I genitori partono in cerca di una vita più degna, lasciando i figli a qualche parente o ai vicini di casa con la promessa che torneranno presto a prenderli, ma il più delle volte questo non accade e non accadrà mai. Loro lavorano per lo più in situazioni precarie, senza permesso di soggiorno, come clandestini e questa è la prima causa del loro mancato ritorno. Così i figli abbandonati a se stessi in giovane età, crescono soli, privi dell’affetto e della guida di una famiglia e in questa situazione è facile che molti cadano in depressione e decidano di porre fine ad una vita di stenti, di solitudine, senza amore.   Per approfondire l’argomento, vedere il sito indicato de La Stampa e quello di Fondazione Italiani http://www.lastampa.it/2014/12/08/esteri/ecuador-il-villaggio-dei-bambini-solitudine-e-suicidi-nelle-ande-XyLDxBcKCRq4y3hUw500JN/pagina.html   http://www.italiani.net/index.php/societ%C3%A0/286-il-suicidio-dei-bambini-abbandonati.html  

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gen 23 2015

AMAZZONIA: L’ultimo grande polmone della terra


AMAZZONIA: L’ultimo grande polmone della terra   L’Amazzonia è qualcosa di più di un ecosistema, di una grande foresta, di un immenso paese da proteggere: l’Amazzonia è il nostro futuro. Non più di un quinto delle foreste originarie del pianeta è rimasto intatto. La metà di ciò che resta è minacciata dalle attività minerarie, agricole e soprattutto dall’estrazione commerciale di legname. L’Amazzonia brasiliana è la più grande estensione al mondo di foresta primaria: 370 milioni di ettari, un terzo del totale di tutto il Pianeta. Una grande parte del suo patrimonio ancora sconosciuta. Quello che possiamo fare è proteggere l’ultimo grande polmone del pianeta.  Le multinazionali del legname stanno minacciando l’integrità di questa terra meravigliosa. Dopo aver esaurito le foreste del Sudest Asiatico e dell’Africa Centrale, le grandi compagnie asiatiche, nordamericane ed europee si stanno ora spostando sull’Amazzonia brasiliana, attratti dall’incredibile volume di legname presente in Amazzonia, circa 60 miliardi di m3. In appena tre decenni, sono stati distrutti più di 55 milioni di ettari di foresta, l’equivalente di una regione vasta quanto la Francia.  Per approfondire l’argomento, vedere i siti sotto elencati   http://helterskelter.altervista.org/amazzonia/pagine/problema.htm  http://www.greenpeace.org/italy/it/ufficiostampa/rapporti/Allarme-Amazzonia-notti-di-terrore-per-le-foreste/  http://www.greenreport.it/news/aree-protette-e-biodiversita/il-peru-approva-mega-programma-gasiero-in-amazzonia/#prettyPhoto  

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giu 16 2014

IMMIGRAZIONE FUORI CONTROLLO: CHI SONO I VERI RESPONSABILI?


Nel corso di questi ultimi tempi l’immigrazione dai paesi africani, sta assumendo dimensioni sempre più allarmanti. I mass media ne parlano come di un esodo ormai fuori controllo e l’opinione pubblica è per lo più allarmata per le catastrofiche conseguenze che possono derivare sul nostro territorio. Le reazioni vanno da chi si preoccupa di come ospitare questa fiumana di immigrati, del costo delle operazioni di salvataggio, a chi, considerandoli un pericolo, vorrebbe fermarli ad ogni costo, addirittura  respingerli verso i paesi da dove provengono. La gente rimane sbigottita quando succede una catastrofe, quando decine di immigrati sprofondano nel mare per un naufragio, ma poi prevale il disagio, l’insofferenza nel vederci invadere da questa moltitudine non gradita. Molto si discute sui motivi che possono indurre migliaia di persone a sfidare la morte attraversando deserti e mari in balia di trafficanti senza scrupoli. Si parla e si scrive per lo più di gente che sfugge dalla guerra, dalle persecuzioni, dalla fame, ma questi argomenti paiono lasciare indifferenti, se non ostili, buona parte degli italiani. Quello su cui non ci si sofferma abbastanza è la sofferenza che questa trasmigrazione provoca in queste popolazioni. Prima di tutto lo sradicamento di chi è costretto a lasciare famiglia, amici, affetti, l’incognita di un viaggio tremendo e l’approdo in un cotesto completamente alieno dai loro luoghi di origine. Però quello di cui nessuno parla o scrive, è delle cause più remote che stanno dietro al fenomeno. Pare che nessuno si chieda perché la fame, perché le guerre. Queste sono le domande giuste da farsi. Solo ponendosi domande giuste è poi possibile trovare risposte e soluzioni giuste. Certamente le cause della fame nei paesi del sud del mondo, possono essere molte: Siccità, carestie fanno la loro parte, sono calamità che si sono sempre verificate anche prima che la dissennata azione del uomo, contribuisse a portare ai cambiamenti climatici in atto. Ma ci sono anche cause che sono direttamente imputabili ai paesi così detti ricchi, che in modi diversi, con politiche aggressive mirate esclusivamente a massimizzare i profitti, possono aumentare a dismisura la fame nel mondo. Tanto per fare un esempio, le principali banche mondiali utilizzano in modo spregiudicato gli strumenti che la finanza globalizzata mette a loro disposizione, volti alla speculazione selvaggia in tutti i settori compresa l’agricoltura. Il valore complessivo dei derivati sulle materie agricole, ossia quegli strumenti finanziari come i futures o le opzioni, utilizzati dai grandi investitori per scommettere sui rialzi dei prezzi, ha raggiunto in questi ultimi anni, valori impensabili solamente qualche anno fa. Ed è innegabile che le speculazioni sulle fluttuazioni dei prezzi del mais, della soia e anche del grano, sono responsabili della fame che fa strage in tutto il mondo. La speculazione provoca artificiosamente l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari a detrimento dei consumatori più poveri. Questa è certamente una delle cause che determinano l’esodo dalla terra d’Africa di moltitudini che non riescono più a sopravvivere con un reddito che sovente non supera il dollaro USA al giorno. Una seconda causa che sta alla  base dell’emigrazione forzata, è dovuta anche a quel fenomeno che sta sempre più dilagando in Africa, ossia all’accaparramento delle terre da parte di multinazionali dei paesi più ricchi, per coltivazioni estensive di prodotti destinati all’esportazione. Nelle varie aree del continente, dove non esiste la proprietà fondiaria, accade che i governanti del paese, allettati da promesse di vario genere, cedano la terra coltivata da generazione di contadini, a queste grandi compagnie estere, che dopo aver scacciato gli abitanti, usano la terra per coltivare prodotti da esportare, sia alimentari che per biocarburanti. E sono popolazioni di interi villaggi costrette ad inurbarsi nelle periferie degradate delle città, luogo di transito verso un’emigrazione vista come unica soluzione alla sopravvivenza. Questi sono solamente due esempi di come le politiche dei paesi più ricchi, quelli che attraverso la  globalizzazione  detengono le sorti del pianeta, possano essere la causa di tragedie che poi finiranno per travolgerli. L’ingordigia per profitti sempre più elevati, genera miopia. Pertanto un contributo valido anche se insufficiente, per contrastare questo fenomeno, non può che venire da interventi mirati che salvaguardino la fragile agricoltura del continente rendendolo meno dipendente da fattori esterni e che favoriscano una sovranità alimentare sempre più diffusa. In questo campo la cooperazione internazionale ha ancora molto da dire.   Giorgio Bianchi

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mag 07 2014

RE.TE. in onda sul Nicaragua


RE.TE. in onda sul Nicaragua

Martedì 6 maggio la Presidente di RE.TE. ONG, Maria Cinzia Messineo, è stata ospite del programma radiofonico “Sul Pezzo con l’Autore” di RNC. Si è parlato della situazione sociopolitica ed economica attuale del Nicaragua, di alcuni dei momenti storici più significativi del paese e del lavoro e le attività svolti da RE.TE. Ecco il link dove potete ascoltare la trasmissione completa: http://www.mixcloud.com/Jordie/nicaragua-dal-sandinismo-a-daniel-ortega/

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apr 30 2014

Proiezione del film “Ruggero”


Proiezione del film “Ruggero”

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